Annunci69.it è una Community rivolta ad un pubblico adulto e maggiorenne.
Puoi accedere solo se hai più di 18 anni.

SONO MAGGIORENNE ESCI
Racconti Erotici > Gay & Bisex > Marinella di Sarzana. Estate 2025 cap.1
Gay & Bisex

Marinella di Sarzana. Estate 2025 cap.1


di Membro VIP di Annunci69.it cazzobonsai69
30.03.2026    |    3.644    |    4 9.2
"Il mio bagno, il mio ombrellone, erano sulla spiaggia libera, proprio davanti a quel hotel..."
Marinella di Sarzana - Estate 2025
Storia vera. Cap.1


Il sole di settembre era già alto, ma quel lembo di spiaggia di Marinella di Sarzana, vicino al mio bagno, era ancora quiete, quasi deserta. L'aria aveva la frizzantezza marina del mattino, ma dentro me si agitava una calura diversa, un'inquietudine che non trovava pace nella routine. Avevo più di cinquanta anni, un corpo robusto che il tempo aveva iniziato a scolpire in modo diverso, e dentro quel corpo, un desiderio che si era fatto più insistente, più vergognoso e, proprio per questo, più urgente. La vergogna era il carburante. Il bisogno di trasgredire, di rompere il muro di rispettabilità che mi circondava, di sentire qualcosa che non fosse solo il sussurro del mare.

Mi ero seduto sulla battigia, il telefonino in mano, la pelle ancora fresca dopo la breve nuotata. L'annuncio sul sito era semplice, brutale: Disponibile, mattina presto, spiaggia libera. Cerco incontro. Non avevo messo foto, solo la descrizione di me: robusto, maturo, con un cazzo… piccolo. Avevo scritto quel dato, quasi con un senso di provocazione. Era la mia verità, il mio punto debole, e nello stesso tempo, la mia unica arma. Chi rispondeva a quello, sapeva già cosa trovava. Non c'era illusione.

La risposta era arrivata veloce. Un ragazzo. Molto giovane, aveva scritto. Lineamenti delicati. Di Parma, anche lui in vacanza al mare, proprio a Marinella. Si chiamava Stefano. L'idea che fosse già qui, sulla stessa spiaggia, mi fece accelerare il battito. La privacy era un problema. Il mio bagno era a due passi, ma non volevo incontri vicino alla mia postazione. Mi spostai di un bagno, più verso la pineta, un tratto di spiaggia ancora più isolato. Attesi.

E poi, lui.

Venne sulla battigia, fermo, come un'apparizione. Guardava verso il mare, poi verso la pineta, con l'aria di chi cerca o aspetta. Era giovane, sui vent'anni, come aveva detto. Alto, slanciato, con un fisico delicato che parlava più di grazia che di forza. Moro, capelli scuri e corti, pelle non troppo abbronzata, quasi latte. E lo slip. Giallo, di un giallo elettrico che sembrava prendere tutta la luce del mattino e concentrarla su lui. Lo slip era piccolo, stretto, e metteva in mostra due cose che mi fecero fermare il respiro: un sedere sodo, perfetto, tonico, e un pacco… invidiabile. La forma era chiarissima sotto quel tessuto, promettente, generosa. Il contrasto era immediato, violento, nella mia mente: lui, con quel fisico e quella promessa, e io, con la mia verità scritta nell'annuncio.

Gli feci un sorriso, timido, da lontano. Lui girò la testa, i suoi occhi – chiari, intelligenti – si fissarono su me. Contraccambiò il sorriso, un sorriso che non era solo gentile, aveva una punta di curiosità, di complicità. Mi avvicinai, il cuore che ora batteva forte nelle orecchie.

"Sei Stefano?" chiesi, la voce più bassa del normale.

"Sì," disse, la sua voce era suave, pulita. "Tu sei Marco?"

Annuii. Lui non sembrava turbato dalla mia presenza, dalla mia età, dalla mia robustezza. Si sedette sulla battigia, sul bordo asciutto, e io mi sedetti accanto a lui, a una distanza che già sentivo troppo grande e troppo piccola insieme.

La conversazione iniziò, breve, diretta. Parlammo di gusti, di desideri. Io raccontai la mia voglia di trasgressione, il bisogno di essere usato in qualche modo, di sentire una forza giovane contro me. Lui parlò con una franchezza che disarmava. Disse di amare il contrasto, di essere attratto dalla maturità, dalla sicurezza che un corpo come il mio potrebbe portare. Disse anche di avere un desiderio forte, fisico, di essere passivo, di sentire. Non usò molte parole, ma quelle che usò erano precise.

E mentre parlava, mentre i suoi occhi mi scrutavano, io notai. Notai il cambiamento nel suo slip giallo. Una tensione iniziale, un rigonfiamento che iniziò a delinearsi, chiaro, contro la stoffa luminosa. Una erezione. Iniziale, ma inequivocabile. Il mio cuore sembrò scoppiare. Il desiderio che aveva scritto non era solo parole. Era qui, sul suo corpo, che mi parlava prima ancora che lui aprisse bocca.

La vista di quel rigonfiamento sotto il giallo mi fece perdere quasi ogni capacità di pensare. Il mio cazzo, piccolo come sempre, era già diventato duro dentro il mio costume, una tensione dolorosa e dolce. Ma ora l'attenzione era tutta su lui, su quella promessa che si delineava.

A quel punto, la domanda uscì da me, quasi automatica. "Hai… un posto dove andare?" chiesi, la voce rotta dalla tensione.

Lui sorrise nuovamente, quel sorriso che ora sembrava sapere tutto. "Guarda caso," disse, "ho una stanza in un hotel. Proprio dietro il tuo bagno."

Il destino, o la fortuna, sembrava mettersi in gioco. Ma un problema: io avevo solo la maglietta, i documenti erano nella mia auto, lontano. "È un problema per te… farmi salire senza documenti in portineria?" chiesi, sperando.

Lui scrollò leggermente le spalle, un gesto di noncuranza che mi elettrizzò. "Nessun problema. Ci penso io."

L'azione seguente fu un fluire rapido, come in un sogno. Ci alzammo. Lui indicò un piccolo hotel bianco a due piani, proprio dietro la linea di pini che separava la spiaggia libera dai bagni. Camminammo attraverso la pineta, il silenzio rotto solo dai nostri passi sulla sabbia e poi sul sentiero. Io sentivo il mio costume ancora umido, il corpo che già prevedeva, che già anticipava.

Arrivati all'ingresso dell'hotel, lui mi precedette con una sicurezza che mi stupì. Diretto alla portineria, un piccolo banco con una donna anziana che leggeva un giornale. Lui si avvicinò, sorridendo.

"Buongiorno," disse, la voce cordiale. "Il mio amico ha lasciato i documenti in spiaggia. Posso farlo salire con me per recuperare una cosa?"

La donna lo guardò, poi me, con un'occhiata neutra. "Va bene," disse semplicemente, senza alcuna curiosità apparente. "Ma ricordatevi di portare i documenti se scendete."

Lui annuì, ringraziò, e mi guidò verso le scale. Il mio respiro era bloccato. La facilità con cui aveva manipolato la situazione mi fece sentire sia vulnerabile sia potente. Era lui che guidava, lui che aveva il controllo.

La sua stanza era al primo piano, semplice, pulita, con la luce del mattino che entrava da una finestra sul mare. Un letto matrimonialo, ordinato, bianco. Entrammo. La porta si chiuse con un click leggero, e quel click segnò l'entrata in un mondo diverso, un mondo dove le regole erano solo quelle del corpo.

E fu un attimo.

Appena la porta fu chiusa, lui si girò. Non ci fu conversazione, non ci fu altro preliminare. I suoi occhi si fissarono su me, e le sue mani furono sul mio costume. Con un movimento rapido, ma non brutale, tirò fuori il mio cazzo dal costume. Era già duro, teso, pulsante. I miei dodici centimetri erano tutti là, esposti alla luce e al suo sguardo.

Lui lo guardò, e nel suo sguardo non c'era derisione, non c'era pietà. C'era curiosità, interesse, e un desiderio chiaro. "Piccolo," disse, ma non come un insulto, come una constatazione. "E già così duro."

E poi, la sua bocca.

Si abbassò, senza fretta ma con determinazione. La sua bocca, calda, morbida, si chiuse sul mio cazzo. Il primo contatto fu un'esplosione di sensazioni che mi fecero quasi cadere. La sua lingua, agile, iniziò a lavorare, a passare sulla punta, a scendere lungo la parte inferiore, a creare una pressione perfetta, alternata. Era un pompino, ma non solo tecnico. Era delizioso, perché ogni movimento era accompagnato dal suo corpo che si muoveva contro me.

Mentre la sua bocca lavorava, una delle sue mani si posò sul mio petto, sul torso robusto, e iniziò a toccare, a esplorare. Sentiva i muscoli, il grasso, la pelle. Le sue dita erano leggere, inquisitive, e ogni tocco sembrava accendere un nuovo circuito nel mio corpo. Io stavo fermo, le mani che cercavano un posto, e finirono sulla sua testa, sui suoi capelli morbidi. Non spingevo, non guidavo. Lasciavo che fosse lui a fare, a controllare il ritmo.

La sensazione era intensa, totale. Il suo cazzo, dentro quel slip giallo, era chiaramente ancora eretto, e mentre mi succhiava, io sentivo il suo corpo muoversi, sentivo la pressione di quella erezione contro la mia gamba. Lui non solo mi faceva un pompino; lui stava godendo, stava sentendo il proprio desiderio crescere attraverso il mio.

Il pompino continuò per minuti che sembravano ore. La sua bocca era una fonte di piacere costante, un piacere che costruiva lentamente, senza fretta, ma con una progressione inesorabile. Io gemevo, basso, i suoni che uscivano da me senza controllo. Lui ascoltava, e sembrava accelerare o rallentare in base a quelli.

Poi si fermò. Si alzò, il suo viso era vicino al mio petto. Mi guardò, e poi abbassò la testa, e iniziò a baciare il mio petto. Non erano baci leggeri; erano baci profondi, con la bocca aperta, la lingua che toccava la pelle. Sentiva il gusto del mare sulla mia pelle, il gusto del mio corpo. I suoi baci scendevano verso il mio stomaco, e ogni contatto era una dichiarazione di possesso.

E mentre baciava, con una mano iniziò a slacciare il suo slip. Il movimento era fluido, naturale. Lo slip giallo scivolò lungo le sue gambe, cadendo sul pavimento. E lui fu nudo davanti a me.

Come pensavo. Aveva un cazzo notevole. Non enorme, ma perfetto nella sua forma. Lungo, probabilmente sui diciotto centimetri, fino, con una curvatura delicata. Pochissimi peli, la pelle liscia, quasi lucida. Era eretto completamente, teso, con una punta già umida. Il contrasto con il mio era ancora più marcato ora, visivamente. Ma nella sua espressione non c'era confronto, solo desiderio reciproco.

Tornò a lavorare con la bocca sul mio cazzo, ma ora la sua nudità cambiò tutto. Mentre mi succhiava, con una mano iniziò a masturbarsi. Lo vide, il movimento della sua mano sul suo cazzo lungo e liscio. La vista era duplice, potentissima: lui che mi dava piacere, e lui che si dava piacere, in un ciclo che sembrava alimentarsi da sé.

I suoi occhi erano chiusi, la concentrazione totale sul sentire. I miei occhi erano fissi su lui, sul suo corpo giovane, sulla sua pelle chiara, sul movimento della sua mano. Il mio piacere cresceva, ma anche la mia curiosità, la mia voglia di fare qualcosa.

Poi parlò. La sua voce era rotta dal piacere, bassa, vicino al mio cazzo. "Ho voglia… di sentire il tuo cazzettino in culo."

La frase mi colpì come un fulmine. Non era una richiesta gentile; era una dichiarazione di desiderio, precisa. "Mi chiede se lo voglio mettere dentro," continuò, mentre si alzava completamente, voltandosi un poco per mostrarmi il suo retro.

Il suo sedere era esattamente come promesso dallo slip: sodo, tonico, perfetto. E il buco di culo… depilato. Liscio, pulito, pronto. L'offerta era esplicita, totale.

Io non avevo parole. Solo un bisogno fisico che ora diventava urgenza. Annui, violentemente.

Lui si mosse con una efficienza che mi stupì. Prese un preservativo da un piccolo astuccio sulla scrivania, lo aprì, e senza che io faccia nulla, lo mise sul mio cazzo. Il suo tocco era preciso, veloce. Poi prese un lubrificante anale, una piccola bottiglia, e mi offrì.

Io lo guardai. Il lubrificante era l'opzione normale, pulita. Ma dentro me, la trasgressione, il desiderio di essere animale, prese il controllo. Scostai la bottiglia, con un gesto quasi brusco.

"No," dissi, la voce un grugnito. "No lubrificante."

Lui mi guardò, i suoi occhi si illuminarono di una comprensione immediata. Non protestò. Si voltò completamente, presentando il suo culo depilato a me. Io mi avvicinai, il mio cazzo già coperto dal preservativo ma pulsante di bisogno.

E poi, lo sputo. Non fu un gesto gentile, non fu un gesto preparatorio. Fu un gesto di possesso, di animalità. Sputai sulla sua apertura, il mio sputo che si posò sul buco liscio. Lui emise un piccolo suono, un ah di sorpresa e, credo, di piacere.

E io entrò. Non lentamente, non con cura. Entrò come un animale. La forza che usai fu brusca, immediata. Il mio cazzo piccolo trovò resistenza, ma poi la superò, penetrando dentro lui con un movimento singolo, profondo.

Urla. Lui urlò, non un urlo di dolore, ma un urlo di sorpresa violenta, di piacere improvviso e intenso. Il suo corpo si contorse, le sue mani si aggrapparono al letto. Io ero dentro, completamente dentro, e la sensazione era di un calore, di una stretta, di una pressione che mi fece vedere bianco per un secondo.

E in quel attimo, mentre il suo urlo ancora risuonava nella stanza, si sente un altro suono. Bussare alla porta. Un bussare leggero, ma chiaro.

Il mondo esterno rientrò violentemente. Lui, ancora con il mio cazzo dentro di lui, gemette, ma poi la sua voce si fece chiara, controllata. "Chi è?" chiamò, la voce stranamente normale.

"Delle pulizie," rispose una voce femminile dall'esterno. "Possiamo entrare?"

Lui mi guardò, i suoi occhi erano lucidi dal piacere e dalla sorpresa. Io non mi muovevo, il mio cazzo ancora profondamente dentro lui, pulsante. Lui parlò, con una calma che sembrava impossibile. "No, grazie. Rimarrò ancora un po' a letto. Potete tornare dopo?"

La voce dall'esterno rispose, neutra. "Certamente. Non ci sono problemi. Torniamo dopo."

Il suono dei passi che si allontanavano. Il carrello delle pulizie che veniva spostato, probabilmente lasciato di fronte alla porta. E poi il silenzio, ma un silenzio diverso, perché ora sapevamo che erano là, fuori, che probabilmente avevano capito, che probabilmente sentivano.

Lui si voltò a guardarmi, un sorriso selvaggio sulla sua faccia. "Le senti?" disse, basso.

Io annui, la mia eccitazione che ora diventava moltiplicata dalla situazione. L'idea che quelle donne, fuori, sapessero, che sentissero i nostri suoni, che immaginassero… mi fece diventare quasi feroce.

E io iniziai a muovermi. Non più un movimento singolo, ma una serie, ritmata, potente. Lo cavalcai come un animale, il mio corpo robusto che si muoveva sopra lui, che lo penetrava con forza crescente. Le mie mani, grandi, si posarono sulla sua faccia, e le sue labbra si aprirono. Gli tenni la bocca aperta con le mani, non per soffocarlo, ma per possessarlo, per sentire i suoi gemiti che uscivano da quella apertura.

Lui gemeva, i suoni ora continui, rotti, mentre il mio cazzo lo penetrava profondamente, ritmicamente. Il suo corpo si muoveva sotto me, rispondendo, accogliendo ogni thrust. Il suo cazzo, ancora eretto, pulsava libero, e io occasionalmente lo toccavo con una mano, sentendo la sua tensione.

Il ritmo aumentò, diventando più veloce, più brutale. Lui non resisteva, si abbandonava, e ogni mio movimento sembrava provocare un gemito più alto, più libero. La situazione fuori, la presenza delle donne delle pulizie, diventava parte del piacere, un'eco che amplificava ogni sensazione.

Poi, decisi di cambiare. Lo feci alzare, con un movimento brusco. Lui si alzò, il mio cazzo ancora dentro di lui, e io lo guidò verso la porta. Le sue mani si posarono sulla porta stessa, sul legno liscio, mentre io lo posizionò dietro di lui.

"Senti?" gli dissi, basso, vicino al suo orecchio. "Il carrello è fuori. Tornano spesso."

Lui annui, violentemente, i suoi occhi erano chiusi, il suo respiro era affannoso. "Sì," gemette. "Lo sento."

E io iniziai a incularlo contro la porta. Ora il ritmo era diverso, perché il supporto era diverso. La porta non si muoveva, ma ogni mio thrust lo spingeva contro il legno, creando un suono di corpo contro superficie. Era più rumoroso, più pubblico. E io immaginavo le donne fuori, che sentivano, che si fermavano, che capivano.

Lui aveva le mani sulla porta, le dita che si aggrappavano al legno, mentre io lo penetravo da dietro. Il mio corpo robusto contro il suo corpo delicato, il mio cazzo piccolo ma potente dentro il suo culo stretto e caldo. La sensazione era di una connessione totale, fisica e psicologica.

E mentre lo incularlo, una delle mie mani lasciò la porta, e trovò il suo cazzo. Era lungo, liscio, teso, pulsante come una cosa vivente separata. La mia mano lo circondò, iniziò a masturbarlo, il movimento sincronizzato con i miei thrust dentro di lui.

La combinazione fu devastante per lui. Gemette, un gemito che diventò quasi un grido, mentre la mia mano lavorava sul suo cazzo e il mio cazzo lavorava dentro di lui. La doppia stimolazione sembrava portarlo verso il limite rapidamente.

Io stesso sentivo il mio limite avvicinarsi. Il piacere dentro il preservativo era intenso, costruito da ogni movimento, ogni contatto, ogni immagine della situazione fuori.

Pochi attimi. Il ritmo diventò frenetico, incontrollato. Lui iniziò a urlare, basso, contro la porta. "Sto… sto per…"

Io non parlò. Accelerò. La mia mano sul suo cazzo si muoveva veloce, precisa, sentendo il suo corpo che si preparava a esplodere.

E poi, l'esplosione.

Lui prima. Un grido soffocato, e poi il suo cazzo nella mia mano che pulsò violentemente, e il seme che uscì, copioso, sulla mia mano, sulla porta, sul suo corpo. La sua espulsione fu potente, visibile, e il suo corpo si contorse violentemente contro la porta, mentre ancora io lo penetravo.

E io, immediatamente dopo. La vista del suo piacere, il sentire il suo corpo che si rilassava nella estasi finale, mi fece perdere ogni controllo. Un ultimo thrust profondo, brutale, dentro di lui, e poi l'esplosione dentro il preservativo. Il mio piacere che uscì, caldo, contenuto, ma intenso come mai prima.

Per un momento, restammo così. Lui contro la porta, le mani ancora aggrappate, il corpo che tremava leggermente. Io dietro di lui, il mio cazzo ancora dentro, pulsante di residui piacere. Il silenzio nella stanza, ma il mondo fuori che continuava.

Il respiro affannoso di lui, il mio respiro profondo. Il sudore sui nostri corpo. L'odore del sex, del mare, del trasgressione.

Lui si voltò lentamente, il suo viso era raggiante, stanco, soddisfatto. Mi guardò, e sorrise, un sorriso che era di complicità totale.
Il calore dell’orgasmo ancora pulsava nel mio corpo, un’eco di quella follia contro la porta. Stefano si muoveva lentamente, districandosi dalla mia presenza, il suo respiro affannoso che si calmava gradualmente. Mi guardò con quel sorriso sfinito e complicato, poi si abbassò. Con gesti delicati, prese il preservativo ancora sul mio cazzo, che era già iniziando a diventare morbido, e lo sfila con cura. Non lo gettò. Lo osservò per un attimo, il condom pieno della mia sborra, e poi, senza fretta, portò la sua bocca verso la base del mio cazzettino.

La sua lingua era calda, morbida, e iniziò a leccare. Non era un gesto di pulizia frettoloso; era un rituale. Leccava lentamente, dalla base alla punta, rimuovendo ogni traccia di lubrificante residuo e del mio seme che aveva sgocciolato fuori dal preservativo. La sensazione era stranamente intensa, più intima ora, dopo la violenza di prima. La sua bocca, che aveva portato me al piacere, ora si occupava di me in un modo diverso, servile, quasi reverente. Ogni passata della sua lingua era una carezza, un’affermazione di quello che aveva accettato, di quello che aveva voluto.

Io restavo immobile, osservando quel corpo giovane piegato davanti a me, quel cazzo lungo e liscio che ora pendava, ancora umido dalla sua eiaculazione. Il mio petto si sentiva ampio, il respiro ancora profondo. Lui finì di pulire, poi si alzò e mi offrì la mano, la mia mano, quella stessa che aveva masturbato lui e che era coperta della sua sborra.

“Pulisci anche questo,” disse, la voce bassa e rotta.

Prese la mia mano, quella destra, ancora biancastra e lucida del suo seme. Senza alcuna vergogna, portò la sua bocca sulla mia pelle. Iniziò a leccare, delicatamente, leccando il suo stesso sperma dalla mia mano. Il gesto era tanto trasgressivo quanto quello precedente. Stava consumando il suo stesso piacere, ripulendolo dalla mia pelle, e io osservavo, un senso di possesso totale che mi attraversava. Sentivo la sua lingua scorrere sulle mie dita, sul palmo, liscia e insistente. Finì, lasciando la mia mano pulita, umida solo del suo saliva.

Un silenzio pesante, soddisfatto, calò nella stanza. Lui si alzò completamente, andò verso il lavandino e si lavò rapidamente. Io rimasto fermo, il mio corpo che ora sentiva il peso dell’età e dell’azione. Il desiderio era passato, lasciando una stanchezza densa e una strana vergogna, quella stessa vergogna che mi aveva spinto qui. Stefano tornò, si infilò il suo slip giallo, che ora sembrava un simbolo innocente di quella mattina.

“Devo andare,” dissi, la voce finalmente mia.

“Va bene,” disse lui, senza aggiungere altro. Il suo sorriso era ancora presente, ma più distante ora. Era finita.

Mi infilò il mio costume boxer, recuperò la maglietta, e senza una vera conclusione, senza un altro contatto, mi avviai verso la porta. Lui restò nella stanza, probabilmente per pulire o per riposare. Io uscì.

La porta si chiuse dietro me con un click leggero. Il corridoio era silenzioso, illuminato dalla luce del giorno che filtrava da una finestra. Il mio primo passo fu verso la libertà, verso l’aria aperta. Ma davanti alla porta di Stefano, proprio come aveva detto, era rimasto il carrello delle pulizie. Un carrello metallico con asciugamani, prodotti, un secchio. Il simbolo del mondo normale, del mondo che aveva interrotto la nostra animalità.

Decisi di spostarlo. Non volevo che fosse un segnale troppo evidente, un indizio lasciato per le donne che sarebbero tornate. Mi avvicinò, le mani sul carrello, e iniziò a spingerlo verso il lato, verso un angolo del corridoio.

In quel preciso attimo, mentre mi concentravo sul movimento, sentì due porte aprirsi.

Una, più vicina a me, si aprì. Una donna delle pulizie uscì, una donna più anziana, con un’uniforme semplice. Mi guardò, e sorrise. Un sorriso neutro, professionale, come se spostare un carrello fosse la cosa più normale al mondo. Nessuna domanda, nessuna curiosità. Mi sentì un po’ più sicuro.

Ma poi, dall’altra parte del corridoio, proprio dietro il carrello che stavo spostando, una seconda donna si alzò. Non era uscita da una stanza; era seduta su una piccola sedia, probabilmente aspettando. Si alzò quando mi vide, e il suo viso mostrò un’espressione che mi fermò il sangue.

Un’espressione sorpresa.

Non un sorriso immediato. Una sorpresa genuina, come se vedesse qualcosa che non aveva previsto. I suoi occhi si fissarono su me, sul mio costume, sul mio corpo ancora un po’ umido e probabilmente ancora con l’odore del sex. La sorpresa durò solo un secondo, poi si trasformò in un sorriso. Ma quel sorriso non era neutro come quello della prima donna. Era un sorriso riconoscente, quasi di complicità. Come se capisse, come se avesse immaginato, e ora vedesse la conferma.

La prima donna, quella più anziana, mi salutò con un semplice “Buongiorno” e proseguì verso una stanza. La seconda donna, quella con l’espressione sorpresa, restò ferma per un attimo, poi mi fece un piccolo cenno di saluto e si diresse verso il suo carrello, che io avevo appena spostato.

Io, con la testa bassa, senza rispondere, accelerò i miei passi verso l’uscita. La vergogna ora non era solo interna; era pubblica, vista. Avevo la sensazione che quella donna, quella con il viso sorpreso, sapesse. Che avesse capito cosa era successo in quella stanza, che avesse sentito i nostri suoni, che avesse immaginato la scena. E il suo sorriso complicato mi diceva che non era disgustata, era… interessata? Curiosa? Non lo sapevo.

Uscì dall’hotel, l’aria marina mi colpì il viso. La spiaggia era proprio di fronte, a venti metri. Il mio bagno, il mio ombrellone, erano sulla spiaggia libera, proprio davanti a quel hotel. Camminò veloce, la sabbia che mi entrò tra le dita. La doccia fredda del bagno era la mia prima necessità.

Entrò nel bagno, pagai il ticket per la doccia, e mi diresse verso le cabine. L’acqua fredda mi scrosciò sul corpo, lavando il sudore, il sale, e l’odore dell’azione. Ma non lavò la vergogna. La vergogna restò, come una seconda pelle. Mi lavò accuratamente, sentendo ogni punto del mio corpo che Stefano aveva toccato, che aveva posseduto. Il mio cazzo, piccolo e ora quieto, era ancora sensibile. Lo lavò con cura, quasi con un senso di penitenza.

Finita la doccia, mi asciugò e mi diresse verso il mio ombrellone. Lo avevo preso in affitto per tutta la stagione. Era un posto familiare, un posto di routine. Mi sdraiò sulla sedia a sdraio, il sole di settembre che era ora alto nel cielo, caldo ma non opprimente. Chiudì gli occhi, cercando di calmare il battito, cercando di far passare l’immagine di quella donna, del suo viso sorpreso.

Ma l’immagine non passava. Si fissò nella mia mente. Quel viso, quella sorpresa iniziale, quel sorriso successivo. Mi domandò, quasi ossessivamente, cosa aveva pensato. Aveva immaginato che dentro c’era una donna? Aveva pensato che fosse una relazione normale? O aveva capito, dal nostro comportamento, dalla nostra fretta, dalla nostra età così diversa, che era un incontro sessuale, che era un ragazzo giovane? La possibilità che lei sapesse, che lei avesse visto Stefano mentre entravamo, mentre uscivamo, mi tormentò.

Il tempo passò. Le ore scorrevano, il sole si muoveva verso il mezzogiorno. La spiaggia si popolò gradualmente, famiglie, bambini, altri adulti. Io restò sdraiato, osservando il mare, ma la mia mente era ancora nella stanza dell’hotel, ancora nel corridoio, ancora sul viso di quella donna.

Verso mezzogiorno, il destino, o la mia stupidità, mi diede la risposta.

Una figura familiare apparve sulla spiaggia, dalla parte degli ombrelloni del bagno. Una donna, in costume, che camminava verso un ombrellone specifico. La riconobbi immediatamente. Sonia. Una cliente del bagno. La vedevo ogni giorno, ogni estate, da anni. Aveva sempre preso un ombrellone vicino al mio, ma non troppo vicino. Aveva una media statura, un fisico rotondo ma non grasso, tette grandi e naturali che il costume due pezzi metteva sempre in mostra, e un culo sodo, tonico. Ma la cosa che mi aveva sempre colpito, sempre fatto fantasticare anche nei momenti più privati con mia moglie, era il suo Monte di Venere. Era prominente, visibile anche sotto il costume, un pacco notevole che mia moglie stessa aveva notato una volta, commentando con un sorriso.

Sonia aveva circa quaranta anni, un viso aperto, sorridente, sempre cordiale. In tutta la stagione, avevamo scambiato si e no venti frasi, sempre cordiali, sempre superficiali. “Buongiorno,” “Caldo oggi,” “Il mare è bellissimo.” Mai nulla di più.

E ora, quella stessa donna, era la donna delle pulizie con l’espressione sorpresa. Che stupido che sono stato. L’hotel era a venti metri dal bagno. Era logico che alcune clienti del bagno lavorassero anche nell’hotel durante la stagione. Ma io non avevo collegato, non avevo pensato. L’avevo vista ogni giorno, e poi l’avevo vista nel corridoio, e non avevo riconosciuto.

Il mio stomaco si contorse. La vergogna diventò paura, diventò un senso di trappola. Lei si sdraiò sul suo ombrellone, si sistemò il costume, poi guardò verso me. Non era una guardata casuale. Era una guardata diretta. I suoi occhi si fissarono su me, e poi, lentamente, fece un gesto. Un saluto con la mano, accompagnato da un sorriso. Ma quel sorriso non era il sorriso cordiale di ogni giorno. Era un sorriso diverso. Era il sorriso che aveva fatto nel corridoio, quello riconoscente, quello complicato.

Ora mi senti in trappola.

La voglia di scappare fu immediata, violenta. Vorrei prendere le mie cose e andare, tornare a casa, cancellare questa mattina dalla mia memoria. Ma non potevo. L’ombrellone era pagato, le mie cose erano sparse, e soprattutto, la mia vergogna era così grande che qualsiasi movimento sembrava impossibile. Avevo troppa vergogna per muovermi, per affrontarla, per fare qualsiasi cosa.

Restò immobile, sperando che lei si distogliesse, che si concentrasse sul mare, sul suo libro, su qualsiasi cosa. Ma lei non si distolse. Continuò a guardare me, occasionalmente, e ogni volta che i nostri occhi si incrociavano, lei sorrise. Quel sorriso diventava sempre più chiaro, sempre più intenzionale.

Il tempo passò, lentissimo. Il sole batteva sulla mia pelle, ma il calore era interno, un calore di ansia. Osservò Sonia. Lei sembrava rilassata, come sempre. Leggeva un libro, poi lo posò. Si alzò, fece qualche passo verso il mare, ma non andò a fare il bagno. Tornò all’ombrellone, si sdraiò, e sembrava addormentarsi. Un’opportunità.

Il mio cuore accelerò. Se lei dormiva, io potrei scappare senza essere visto, senza essere affrontato. Mi alzò lentamente dalla sedia a sdraio, iniziò a raccogliere le mie cose silenziosamente. La maglietta, le chiavi, il telefonino. Ogni movimento era cautelato, ogni suono minimizzato.

Ma era un falso allarme.

Proprio mentre mi alzò completamente, lei si mosse. Non dormiva. Si alzò dalla sua sedia a sdraio, con un movimento fluido, e iniziò a camminare verso me. Non verso il mare, ma direttamente verso il mio ombrellone. Veniva incontro a me.

Il mio respiro si bloccò. La spiaggia era ancora popolata, c’era gente intorno, bambini che giocavano, adulti che parlavano. Per un attimo, mi senti salvo. La presenza degli altri mi proteggeva, impediva qualsiasi conversazione troppo personale, troppo pericolosa.

Ma lei non si fermò. Arrivò davanti al mio ombrellone, e si fermò, guardandomi direttamente. I suoi occhi erano chiarissimi, curiosi, e quel sorriso complicato era ancora presente.

“Marco,” disse, la voce era cordiale, normale, come sempre. “Si sta bene in spiaggia stamattina?”

La domanda era innocente, la stessa domanda che avrebbe fatto qualsiasi giorno. Ma il contesto era diverso. Il contesto era quello del corridoio, del suo viso sorpreso.

“Sì,” risposi, la voce un po’ rotta. “Si sta bene.”

“C’è caldo, eh?” continuò lei, guardando il cielo. “Sembra che settembre porti ancora questo sole.”

“Sì,” risposi ancora, cercando di mantenere la conversazione superficiale.

Ma lei non finì. Fece un passo più vicino, e il suo sorriso diventò un po’ più personale. “Ti offro un caffè al bar,” disse, indicando il bar del bagno, quello piccolo sotto la tettoia. “Se hai tempo.”

La proposta era semplice, normale. Un caffè al bar del bagno. Ma nella mia mente, era una trappola. Era un invito a una conversazione che potrebbe portare a domande, a indagini, a confessioni. Ma anche era un’opportunità. Un’opportunità per capire, per vedere cosa lei sapeva, cosa lei pensava.

E dentro me, oltre la vergogna e la paura, iniziò a muoversi qualcosa altro. Quel desiderio trasgressivo, quella voglia di essere scoperto, di essere visto, di essere esposto. La stessa voglia che mi aveva portato a incontrare Stefano. La voglia di vergogna che era diventata carburante.

Guardò Sonia. Il suo costume due pezzi mostrava il suo corpo rotondo, le sue tette grandi, il suo Monte di Venere prominente. Il sole batteva su lei, creando ombre e luci che accentuavano ogni curva. Il suo viso era aperto, sorridente, ma negli occhi c’era una curiosità che non era superficiale.

“Un caffè?” dissi, cercando di sembrare normale. “Ok.”

La mia voce era bassa, ma lei sembrò contenta. “Allora vieni,” disse, e iniziò a camminare verso il bar, senza aspettare che io seguissi.

Io, con le mie cose ancora in mano, la seguì. Il bar del bagno era piccolo, con qualche tavolo all’esterno, sotto una tettoia di legno. Lei si diresse verso un tavolo più isolato, vicino alla parete, lontano dalla vista diretta della spiaggia. Si sedette, e io sedetti di fronte a lei.

Il barista, un giovane che conoscevo, venne e lei ordinò due caffè. Lui andò, e il silenzio calò tra noi per un momento.

Sonia guardò me, i suoi occhi che ora sembravano scrutare ogni dettaglio del mio viso. “Hai fatto una bella nuotata stamattina?” chiese, la domanda ancora innocente.

“Sì,” risposi, cercando di mantenere la conversazione sul mare, sulla spiaggia. “Il mare era calmo.”

“Io invece ho lavorato,” disse lei, con un tono normale. “Al hotel. Pulizie mattutine.”

Il riferimento era diretto, chiaro. Lei aveva messo il tema sul tavolo.

“Sì,” dissi, cercando di non mostrare alcuna reazione. “Ho visto.”

“Hai visto?” disse lei, con un sorriso che ora diventava più intrigato. “Quando?”

“Quando… quando ho passato,” risposi, vagamente.

“Ah,” disse lei, prendendo il caffè che il barista aveva portato. “Eri nell’hotel stamattina?”

La domanda era diretta, senza filtro. Il mio stomaco si contorse ancora. “Sì,” risposi, cercando di mantenere la calma. “Per… per incontrare un amico.”

“Un amico,” disse lei, sorseggiando il caffè. “Giovane, vero?”

La mia mano tremò un poco. Lei aveva visto Stefano. Lei aveva visto noi insieme. “Sì,” risposi, la voce ora più bassa. “Giovane.”

“Molto giovane,” disse lei, come una constatazione. “E delicato.”

Il silenzio tra noi diventò pesante. Lei non aggiungeva altro, ma il suo sguardo era pieno di significato. Sapeva. Sapeva tutto. Aveva visto Stefano, aveva visto me, aveva sentito i suoni dalla stanza, aveva visto il mio comportamento quando uscivo.

“Sì,” fu la mia sola risposta.

Lei posò il caffè, e i suoi occhi si fissarono su me con una intensità che non aveva mai mostrato prima. “Mi è sembrato di sentire… rumori,” disse, la voce ora un po’ più bassa, quasi confidenziale. “Dalla stanza. Rumori interessanti.”

La mia vergogna diventava ora anche un’emozione diversa. Un’emozione di esposizione, di essere scoperto, ma anche di essere desiderato in quel scoperto. Lei non sembrava disgustata, sembrava interessata.

“Rumori?” dissi, cercando di sembrare innocente.

“Rumori di… attività,” disse lei, con un sorriso che ora diventava più apertamente complicato. “Tu e il tuo amico giovane.”

Io non risposi. Bevvi il mio caffè, cercando di non mostrare alcuna emozione. Ma dentro me, il desiderio trasgressivo iniziò a muoversi, a risvegliarsi. La stessa voglia che mi aveva portato a Stefano, la voglia di essere visto, di essere usato, di essere vergognoso pubblicamente.

Lei osservò il mio silenzio, e poi fece un movimento. Si alzò un poco dalla sedia, si sistemò il costume, e i suoi occhi si fissarono sul mio corpo, sul mio torso robusto, sulla mia pelle ancora un po’ umida dalla doccia. “Marco,” disse, la voce ora diventando più personale, più intima. “Sai, ho sempre… notato te.”

La frase mi colpì. “Notato?”

“Sì,” disse lei, sorseggiando ancora il caffè. “Tu sei sempre qui, ogni giorno. Robusto, tranquillo. Ma… ho sempre visto qualcosa negli occhi. Una voglia, una… curiosità.”

Il mio cuore iniziò a battere forte. Lei non parlava solo dell’incontro di oggi; parlava di me, della mia persona, della mia vita qui sulla spiaggia.

“Curiosità?” dissi, cercando di mantenere la conversazione.

“Curiosità,” disse lei, con un tono che ora diventava più diretto. “E oggi, quando ho visto te con quel ragazzo… quando ho sentito i rumori… quella curiosità ha trovato una risposta.”

Il silenzio tra noi ora era totale. Il barista era lontano, la spiaggia era lontana, il mondo normale era lontano. Lei e io erano in un piccolo spazio, isolato, e la conversazione diventava più profonda, più pericolosa.

“Una risposta?” dissi, la voce ora più aperta.

“Una risposta,” disse lei, e i suoi occhi si fissarono sul mio costume, sulla mia pancia, poi più basso. “Ho capito che tu… hai desideri. Desideri che non mostri, ma che esistono.”

Io non risposi. La mia vergogna era ora mescolata con una attrazione, una attrazione verso questa donna che aveva capito, che aveva visto, che aveva saputo. Sonia non era solo una cliente del bagno; era una donna che lavorava nell’hotel, che aveva visto la mia trasgressione, e che ora ne parlava con me direttamente.

“E tu?” chiese lei, dopo un momento. “Tu… hai desideri verso me?”

La domanda era così diretta, così senza filtro, che mi fece quasi cadere dalla sedia. Il mio cazzo, piccolo e quieto, iniziò a muoversi, a diventare duro dentro il costume. La vergogna diventava desiderio, diventava bisogno.

“Sì,” dissi, finalmente, la voce rotta. “Ho… ho sempre fantasticato su te.”

Lei sorrise, un sorriso che ora diventava vittorioso, soddisfatto. “Fantasticato?” disse. “Su cosa?”

“Sul tuo… corpo,” risposi, cercando di essere diretto, di essere vero. “Sul tuo Monte di Venere. Sul tuo… pacco.”

Lei non sembrava sorpresa, sembrava contenta. “Lo sapevo,” disse, con un tono quasi di possesso. “Lo sentivo. Tu guardavi sempre, ma non parlavi.”

“E tu?” chiese io, ora più audace. “Tu… oggi, nel corridoio… cosa hai pensato?”

Lei posò il caffè, e i suoi occhi si fissarono su me con una intensità che non aveva mai visto prima. “Ho pensato che tu… che tu stavi facendo qualcosa di trasgressivo,” disse, la voce bassa. “E mi ha… interessato. Mi ha fatto pensare.”

“Pensare cosa?” dissi, cercando di capire.

[CONTINUA.....]
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore. Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Voto dei Lettori:
9.2
Ti è piaciuto??? SI NO

Commenti per Marinella di Sarzana. Estate 2025 cap.1 :

Altri Racconti Erotici in Gay & Bisex:




® Annunci69.it è un marchio registrato. Tutti i diritti sono riservati e vietate le riproduzioni senza esplicito consenso.

Condizioni del Servizio. | Privacy. | Regolamento della Community | Segnalazioni